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Edizione provinciale di Padova


Monselice. Genio e talento: dieci domande a Milo Marcato

È il numero 10 biancorosso più amato ed osannato degli ultimi anni

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È il numero 10 del Monselice (girone D di Prima categoria) più amato ed osannato degli ultimi anni. Probabilmente uno dei più amati di sempre per l’estro, la genialità e l’incredibile talento che fa impazzire i tifosi ad ogni giocata.
Per la rubrica «Dieci domande a…» - curata dall'ufficio stampa della società - ecco l'intervista a Milo Marcato, classe 1982, campione assoluto e inimitabile: «musica e magìa», come l’hanno ribattezzato alcuni ragazzi della curva. Mai banale e mai scontato, estroso e geniale tanto in campo quanto nella vita.

1. Cosa ricordi della tua prima presenza ufficiale con la maglia del Monselice e del tuo primo gol al Comunale?
«Il mio esordio assoluto fu in coppa, stagione 2015/2016, Seconda Categoria. Vincemmo e feci gol su rigore, non ricordo nemmeno contro chi. Impossibile, invece, dimenticare il debutto in campionato al Comunale: giocavamo contro il Giarre, eravamo 0-0, e ad inizio ripresa sbloccai il risultato con un sinistro a giro da fuori area che si infilò all’incrocio dei pali. Lo stadio venne giù e fu una scarica di adrenalina pazzesca: la stessa che provo ogni volta che entro in campo al Comunale».

2. Qual è stato il gol più bello e quello più importante che hai segnato in biancorosso?
«Il più quello è stato quello in rovesciata sul campo del Giarre, sempre in Seconda Categoria: era gennaio ed ero appena tornato, senza allenamento, da venti giorni in Thailandia. Cross di Sadocco e rovesciata pazzesca. Prima di Natale ne avevo fatta un’altra al Comunale contro l’Arre, aggiustandomi il pallone con la testa e rovesciandolo in rete sul palo più lontano. Come gol più importante, invece, scelgo quello dell’1-0 al Due Stelle nel campionato 2017/2018: era la penultima giornata e quella vittoria fu determinante per agganciare i playoff dopo una lunghissima rimonta».

3. Sei di gran lunga il giocatore degli ultimi anni più amato dai tifosi: cosa si prova? È una sensazione che percepisci anche tu?
«L’amore e l’affetto che mi trasmettono i tifosi sono l’esatto motivo per cui, nel 2015, ho accettato con entusiasmo di venire a Monselice. Io vivo per queste cose: adoro la tifoseria e la passione della gente, il resto non mi interessa. Alla mia età l’unica cosa che mi dà la carica, che mi fa correre e inventare giocate è sentire che il pubblico impazzisce. I ragazzi della curva, in questo senso, sono straordinari. Dopo i 30 anni mi ero rotto le scatole di giocare e non ne volevo più sapere: se sono ancora qui, è solo ed esclusivamente per una piazza e per una tifoseria del genere».

4. Scegli la vittoria più bella e il momento più esaltante della tua avventura in biancorosso.
«Sicuramente le vittorie nel derby con La Rocca, oltre al già citato 1-0 al Due Stelle. Anche se il campionato di Seconda Categoria vinto al primo colpo è un altro trionfo indimenticabile».

5. Il rimpianto più grande e la delusione più cocente.
«Il rimpianto è essere venuto a Monselice così tardi. Nei tanti anni in cui ci siamo affrontati da avversari in Eccellenza, c’erano delle problematiche societarie che non mi hanno mai avvicinato ad un reale trasferimento. La mia carriera non è sfociata nei professionisti, ma Monselice è stata sicuramente la piazza più bella ed emozionante. Come delusione più cocente, metto sullo stesso piano la finale-playoff del 2017 a Solesino e la sconfitta dell’anno precedente a Camposampiero nella finalissima per il titolo regionale di Seconda Categoria».

6. Ogni anno hai sempre risposto “presente” alla chiamata del Monselice: cosa c’è di così speciale nel tuo rapporto con la piazza e con la società?
«In primis il legame con le persone che hanno creato e rimesso in piedi questo club. Con Stefano Loverro siamo amici da una vita, Nunzio Molon è stato mio compagno di squadra ad Abano quando ero giovane: ho un rapporto fantastico anche con il mister e con Luca Bagno, altra icona assoluta del Monselice. A portarmi qui è stato un gruppo di persone straordinarie, innamorate della loro squadra e della loro città, che seguono la società con una professionalità incredibile. E poi, ovviamente, ci sono i tifosi: unici, formidabili, eccezionali. Sentire il loro boato ad ogni mia giocata e ad ogni mio gol, o il coro che mi dedicano quando entro o esco dal campo, sono emozioni da pelle d’oca».

7. Qual è stato il compagno di squadra che ti ha regalato emozioni più forti? E quali sono i difensori più forti che ti hanno marcato?
«Per divertimento e simpatia direi Carloalberto Gasparello: un giocatore di basket che si è rimesso in discussione nel calcio, con gli occhi che si illuminavano come quelli di un bambino quando mi ringraziava ogni volta che faceva gol con un mio assist. Naturalmente un grazie speciale va a Stefano Loverro, che mi ha parlato per anni di questo suo progetto: mi ha coinvolto e portato qui, e di questo gli sarò sempre grato. Come avversario, sempre restando in tema biancorosso, il mio voto va a Gianni Testolin: sin dai tempi di Abano, nelle mie prime apparizioni in Eccellenza da sedicenne, era uno di quei difensori che ti metteva una certa “ansia da caviglia”. Quando eri spalle alla porta non ti sentivi mai tranquillo, perché in qualsiasi momento poteva arrivare una sua entrata: era un gran bel giocatore e ho sempre apprezzato il rispetto che mi ha dimostrato sin da quando ero un ragazzino. Alla pari di Gianni, dico Sandro Zilio: un’altra leggenda del Monselice, che quando giocava aveva un’eleganza incredibile. Sono contento ed orgoglioso di aver superato i suoi 38 gol con la maglia biancorossa».

8. Stagione 2019/2020: come andrà a finire e qual è il tuo pensiero?
«Premesso che la salute viene prima di qualsiasi altra cosa, mi limito a fare una considerazione: io vivo Monselice sin dalla Seconda Categoria e l’obiettivo era arrivare prima possibile in Promozione. Abbiamo già perso due finali-playoff e quest’anno eravamo ad un passo dal trionfo, sia in campionato che in Coppa Veneto. Se annullassero tutto, sarebbe un’ingiustizia clamorosa: per carità, puoi sempre essere ripescato o acquistare un titolo sportivo, ma vincere un campionato è tutta un’altra cosa. Se non dovessero “congelare” le classifiche al momento della sospensione, mi auguro che possano far concludere tutto più avanti: eventualmente anche ripartendo a settembre solo per disputare le ultime otto giornate».

9. Hai giocato in molte piazze, alcune delle quali anche prestigiose: perché Monselice è così unica e speciale?
«Perché ti fa sentire un professionista anche se non lo sei. L’ambiente, la tifoseria, lo stadio che è fantastico, la professionalità di tutti i dirigenti. Il “brand” Monselice è rinato grazie a delle persone che lo stanno gestendo in maniera fantastica e con una passione straordinaria. Anche altre piazze hanno avuto dei tifosi, ma sempre e solo in modo sporadico: qui è sempre stato così e persino da avversario il Comunale era lo stadio che amavo di più e che mi dava più stimoli».

10. Riassumi in tre righe cosa significa essere un giocatore del Monselice e cosa si prova a scendere in campo davanti a una tifoseria del genere.
«Scelgo tre concetti: adrenalina, capacità di andare oltre i propri limiti e amore incondizionato da parte dei tifosi. Lo dico spesso a tutti, dai ragazzini ai miei ex compagni di squadra ai tempi dell’Eccellenza: se hai la possibilità di farlo, almeno una volta in carriera devi andare a giocare a Monselice. È la piazza più bella in assoluto, a prescindere dalla categoria. La passione e la carica che ti trasmette sono qualcosa di unico».

Ufficio stampa Monselice

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  Scritto da Redazione Venetogol il 28/04/2020
 

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